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L'italia In Lituania: Multinazionali Dell'it, Settecenteuristi, Commercianti D'olio D'oliva E Insegnanti Di Lingua - ItaLietuva Forum

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L'italia In Lituania: Multinazionali Dell'it, Settecenteuristi, Commercianti D'olio D'oliva E Insegnanti Di Lingua


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#1 fabricijus

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Parašė 22 lapkričio 2014 - 15:06


Tratto da:


http://paesibaltici....tariato-urbano/


Millle e non più mille. Così si diceva nell’alto Medioevo, temendo l’arrivo delle fine dei tempi. E molti giovani ne avevano fatto il loro motto all’inizio del decennio scorso. Già, perché un tempo c’erano i cosiddetti milleuristi, quei giovani laureati che lavoravano da precari per un salario netto il cui importo sfiorava, o superava appena, i mille euro.


Ma i milleuristi hanno fatto il loro tempo (e pare anzi che nell’Italia del 2014 sia ormai di pochi privilegiati il diritto a definirsi milleuristi). E non sono più loro gli ultimi dei disperati. Pochi sanno che sotto l’ultimo gradino della scala sociale, al di là della servitù della gleba dei call center del precariato proletario e milleurista, esiste una fascia di diseredati condannata a un destino ancora più incerto. Si tratta dei settecenteuristi. Ma costoro non abitano l’Italia. Condannati ad un esilio low cost, al quale vengono (de)portati dai vettori della Ryanair(di cui si servono per tornare a casa ogni due o tre mesi), i settecenteuristi vivono nelle lande desolate dell’ex Unione Sovietica e dei paesi che una volta si trovavano ad est della famigerata cortina di ferro. Qui lavorano al servizio di grandi multinazionali, americane per lo più, per le quali svolgono ingrati compiti di back office, come si dice ai nostri giorni, e di assistenza alla clientela. Chi riesce ad affrancarsene, inizia a vendere, talora, e per farsi un pugno di euro, il formaggio della nonna o l’olio dello zio sessantenne (baby pensionato che da ormai vent’anni si dedica agli uliveti del suo podere). Qualcun’altro si dedica all’insegnamento dell’italiano, invidiando la tredicesima mensilità della nonna invalida, pari al doppio del suo stipendio di novembre. Già, di novembre: a dicembre le scuole di lingua chiudono per il Natale e se si portano a casa 600 euro è grasso che cola.


Ma in fondo qualche centinaio di euro a mammà ogni tanto lo si strappa e, comunque, nelle lande miserrime dell’est 600 euro non sono pochi. Bastano a ripagarsi la benzina dell’Audi A4 (anno ’99), comprata di terza mano a 2200 euro, l‘affitto e le spese. Bastano anche a farsi una birra con gli altri amici italiani, magari al bar aperto da Luca, il ragazzo di Cerignola, con i soldi del TFR elargiti come anticipo dell’eredità del babbo, un tempo insegnante in quel delle Puglie. Il venerdì sera una pizza e una birra, proprio come si faceva ai tempi degli studi nel Belpaese. E qui puoi farlo spendendo appena 7 euro. D’altra parte qui in Lituania, almeno, un lavoro ce l’hai. E magari anche un contratto a tempo indeterminato. Non importa se ti danno 700 euro.


Così vivono, nella nuova Europa, che qualcuno ama ancora chiamare “neocomunitaria”, laddove un tempo i Russi erano i padroni e a dare il pane alle masse degli operai delle industrie ora in abbandono erano i kolkos, migliaia dei nostri giovani (nella vicina Polonia sono più di 4000), di età compresa tra i 25 e i 35 anni, respinti da un mercato del lavoro asfittico e da un’Italia pachidermica, controllata da pensionati avidi di ricchezze e privilegi. In un processo migratorio al contario, di cui parlano ormai anche i mezzi di informazione ufficiali, sempre più giovani italiani, distinti e capaci, si trasferiscono all‘est. Qui vivono e vivranno, da eterni meteci, circondati di genti straniere la cui lingua è davvero troppo lontana dalla nostra per essere appresa in meno di cinque anni (e a che pro, d’altra parte, se qui tutti, o quasi, parlano discretamente l’inglese?). Mai avranno costoro, come mammà e papà, tredicesima e quattordicesima. Raramente faranno “scatti di carriera”. E non percepiranno mai una pensione. Altrettanto raramente potranno progettare un futuro dignitoso per la propria famiglia.


Da Budapest a Vilnius, da Varsavia a Bucarest, l’est è anche questo, il rifugio dei figli della generazione del boom, il covo di coloro che prole non hanno, e la cui unica ricchezza è la famiglia di origine, sui cui beni contano per garantirsi il futuro. Si tratta dei nuovi diseredati del vecchio continente, figli dei vizi dell’assistenzialismo e dello Stato sociale, del nuovo PARENTARIATO urbano delle periferie d’Europa.